L’impresa familiare per le convivenze di fatto e unioni civili

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L’Agenzia Entrate con la Risoluzione 134 del 26.10.2017 ha ritenuto che nelle imprese familiari la possibilità di imputazione del reddito ai familiari si possa estendere anche nei confronti dei conviventi di fatto (nuovo art. 230-ter, Cc, introdotto dalla Legge Cirinnà).

Di parere contrario, invece, l’INPS che con la Circolare n. 66 del 31.03.2017 ha ritenuto non iscrivibile il collaboratore convivente.

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L’IMPRESA FAMILIARE PER LE CONVIVENZE DI FATTO E LE UNIONI CIVILI
DEFINIZIONE DI IMPRESA FAMILIARE

 

L’impresa familiare è disciplinata dall’art. 230-bis del codice civile che regola i rapporti che nascono all’interno di un’impresa quando un familiare dell’imprenditore presta la sua opera in maniera continuativa nell’impresa stessa. Secondo tale disposizione il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nell’impresa familiare:

¨        ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia;

¨        partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità di lavoro prestato.

Per familiare si intende:

¨        il coniuge,

¨        i parenti entro il 3° grado;

¨       gli affini entro il 2° grado.

La normativa sull’impresa familiare è stata introdotta nel nostro ordinamento con la riforma del diritto di famiglia, ad opera della L. 151/1975, per tutelare i familiari che lavoravano nelle imprese familiari e non erano protetti nei confronti dell’imprenditore.

 

 

 

 

LE UNIONI CIVILI E LA CONVIVENZA DI FATTO

 

 

 

 

Con la Legge 76/2016 è stata data una regolamentazione alle unioni civili e al regime della convivenza di fatto:

¨        due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni (art. 1 comma 2 L. 76/2016);

¨        il regime della convivenza di fatto è definito come due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile (art. 1 comma 36 L. 76/2016).

La Legge ha attribuito tutele differenziate ai due istituti, estendendo solo alle parti dell’unione civile le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti contenute nelle leggi, nei regolamenti, negli atti amministrativi e nei contratti collettivi.

La Legge è intervenuta anche sulla disciplina dell’impresa familiare, in una duplice direzione:

¨        da un lato, estendendo alle unioni civili la disciplina civilistica dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del c.c. (mediante il rinvio contenuto nell’art. 1 comma 13 all’intero capo VI del titolo VI del libro primo del c.c.);

¨        dall’altro introducendo nel codice civile l’articolo 230-ter, rubricato “Diritti del convivente”, recante la regolamentazione delle prestazioni di lavoro rese in favore del convivente more uxorio, che riconosce al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente … il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato.

I CHIARIMENTI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATEL’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 134/E del 26/10/2017, ha risposto ad una interpello in cui un contribuente chiedeva il corretto trattamento fiscale della quota di utili conferita alla convivente di fatto, in esecuzione di un atto modificativo di impresa familiare, in applicazione dell’art. 230-ter del codice civile.

Nonostante l’art. 5 comma 4 del TUIR – disciplinante il regime fiscale dell’impresa familiare – continui a fare riferimento solo all’art. 230-bis del c.c., e non anche all’art. 230-ter (disciplinante i conviventi di fatto), l’Agenzia delle Entrate risponde positivamente, adducendo il riferimento alla “partecipazione agli utili dell’impresa familiare” spettanti al convivente, contenuto nell’art. 230-ter del c.c.

Secondo l’Agenzia delle Entrate, quindi, anche il convivente di fatto può rivestire la figura di collaboratore dell’impresa familiare, e il suo reddito derivante dalla partecipazione agli utili dell’impresa del convivente è imputabile in proporzione alla sua quota di partecipazione, come previsto all’art. 5 comma 4 del TUIR.

Il PARERE DISCORDANTE DELL’INPSSulla questione è intervenuta anche l’Inps con la Circolare n. 66 del 31.03.2017 esprimendo però un parere diverso rispetto all’Agenzia delle Entrate. In particolare secondo l’Inps per le:

¨        unioni civili

l’equiparazione tra il coniuge ed ognuna delle parti dell’Unione civile comporta la necessità di estendere le tutele previdenziali in vigore per gli esercenti attività autonoma anche ai coadiuvanti uniti al titolare da un rapporto di unione civile, registrato ai sensi di legge e comprovato da una dichiarazione sostitutiva della dichiarazione di cui all’art. 1, comma 9 della legge n. 76/2016 e all’art. 7 del DPCM n. 144/2016.

Anche ai fini previdenziali/contributivi, quindi, il soggetto parte dell’unione civile è equiparato al coniuge. Con specifico riferimento all’impresa familiare nella citata Circolare n. 66 l’INPS precisa che: anche con riferimento al campo di applicazione dell’istituto dell’impresa familiare, deve intendersi che il soggetto unito civilmente al titolare dell’impresa familiare deve essere equiparato al coniuge, con tutti i conseguenti diritti ed obblighi di natura fiscale e previdenziale.

¨        conviventi di fatto

la nuova normativa estende al convivente alcune tutele, espressamente indicate, riservate al coniuge o ai familiari … ma non introduce alcuna equiparazione di status, né estende al convivente … gli stessi diritti / obblighi di copertura previdenziale previsti per il familiare coadiutore.

Con specifico riferimento all’impresa familiare, l’Istituto evidenzia che il nuovo art. 230-ter, C.c. riconosce al “convivente di fatto” il diritto di partecipare agli utili dell’impresa familiare ma non conferisce al “convivente di fatto” gli stessi diritti di cui godono i familiari di cui all’art. 230-bis, C.c..

A supporto di tale interpretazione nella citata Circolare n. 66 l’INPS specifica che: tale innovazione … non attribuisce ai conviventi di fatto i medesimi diritti di cui godono i familiari individuati dall’art. 230 bis, poiché a tal fine il legislatore avrebbe utilizzato locuzioni idonee ad includere il convivente nella formulazione del predetto articolo e non avrebbe al contrario introdotto un nuovo articolo, che disciplina separatamente i diritti del convivente che presti attività in un’impresa familiare. L’Inps in sostanza ritiene non iscrivibile il collaboratore convivente.

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